Il comune più povero d’Italia. Perché le tasse si pagano in Svizzera – di Loris Gobbo –

Il comune più povero d’Italia.

Perché le tasse si pagano in Svizzera     – di Loris Gobbo –

Val Rezzo in provincia di Como. Niente negozi, nessun parroco e un reddito di 5 mila euro l’anno. «Ma qui si vive bene»

 

La bandiera italiana che sventola sul municipio appare dopo undici chilometri di tornanti. Ancora un breve tratto in salita ed ecco anche la chiesa e, sotto, il cimitero. Lo scuolabus è parcheggiato accanto. Il campanile suona il mezzogiorno e sei caprette attraversano la strada per spostarsi da un prato all’altro.

Benvenuti a Val Rezzo, il comune più povero d’Italia. Almeno, stando alla mappa del reddito elaborata dalla società Twig analizzando i dati del ministero delle Finanze. I 180 residenti, distribuiti tra Buggiolo e Seghebbia, le due frazioni del paese arrampicato sulle montagne comasche, hanno un reddito medio di 5.417 euro lordi, poco più di 450 euro al mese. Gli uffici comunali sono chiusi, come la chiesa, che non ha un parroco. Da oltre dieci anni, in paese è rimasto un unico, piccolo negozio di alimentari. Il bar, «Il Funghetto», è poco oltre il confine con Cavargna e i valrezzini, non avendo un’alternativa interna, lo considerano ormai anche loro. Dall’alba fino al pomeriggio inoltrato, il paese sembra fantasma. I residenti di Val Rezzo lavorano (quasi) tutti in Svizzera. La dogana più vicina è a Valsolda, a una trentina di chilometri di distanza, compresi gli undici di tornanti. Anche bambini e ragazzi lasciano il comune di buon’ora. Per i più piccoli, che frequentano l’asilo o le elementari, la destinazione è Corrido, mentre gli altri devono raggiungere Porlezza oppure Menaggio

Per parlare con un valrezzino, a mezzogiorno, bisogna suonare i campanelli scegliendo le case dove c’è un’auto parcheggiata o una finestra aperta. Tra i primi ad uscire sul balcone c’è Walter Giovanni Conti. È nato e cresciuto a Val Rezzo. Non ha mai pensato di andarsene. Anzi. «Ho fatto casa qui e ho convinto anche mia moglie a venire a vivere in paese — racconta —. I nostri bambini vanno a scuola a Corrido con lo scuolabus del Comune. Funziona tutto, stiamo benissimo, non ci manca nulla». Non è l’unica coppia giovane che vive in paese. «Nell’ultimo periodo diverse famiglie sono tornate a vivere a Val Rezzo — continua Walter Giovanni —. In due anni sono nati circa venti bambini. Sono cresciuto qui, lavoro in Svizzera ma non ho mai pensato di andare a vivere altrove e ora che ci sono altre famiglie speriamo di vedere Val Rezzo ripopolato». E magari qualche famiglia in più porterà i valrezzini anche a guadagnare posizioni nella classifica dei redditi. «Il dato è influenzato dalla presenza di tanti frontalieri», dice il sindaco, Ivan Puddu. Come la quasi totalità dei suoi concittadini, lavora in Svizzera. «In paese non ci sono possibilità, andare oltreconfine è una scelta quasi obbligata — spiega Puddu —. Naturalmente, non è solo questo ad influire sui dati economici. Dallo Stato ci arrivano sempre meno risorse, tagliano e basta e diventa sempre più difficile garantire i servizi. Un paio di anni fa abbiamo realizzato un parchetto giochi, proprio pensando alle famiglie giovani, ma è l’ultimo intervento che siamo riusciti a fare».

Lorena Rossi è l’impiegata del Comune. Vive a Porlezza. «Sono l’unica frontaliera al contrario — scherza —. Sono nata e cresciuta qui, mi sono spostata dopo il matrimonio ma torno ogni giorno per lavorare». E anche per far visita alla mamma, che da Val Rezzo non se ne andrebbe mai. Sente la voce di «forestieri» e si affaccia alla finestra. Dice di non voler parlare, ma in pochi istanti si ritrova a raccontare in dialetto degli anni nei quali il paese era pieno di bambini: «Le donne avevano tanti figli e c’era da lavorare», poi passa alla ricetta della «pulenta rustida». Il ritorno delle famiglie verso il paese è anche Andrea, muratore di 33 anni, che sta aiutando il fratello a costruire casa. «Lavoro in Svizzera, certo — risponde quasi sorpreso della domanda —. Quando ho tempo aiuto mio fratello con la costruzione di casa sua». Perché un giovane sceglie di restare a Val Rezzo? «Perché dovrebbe andarsene? Qui si sta bene — continua —. Non c’è nulla? A dieci chilometri c’è Porlezza, a trenta la Svizzera. Non manca nulla. E si sta bene».

Dietro il bancone del bar «Il Funghetto», Silvia Scanziani prepara il caffè. «Qui è Cavargna, non ci sono storie — sorride —. Ma a Val Rezzo ha chiuso da tempo anche l’ultimo bar e questo ormai è diventato un punto di ritrovo anche per i “vicini”. Siamo diventati anche il loro bar». Con Val Rezzo, Cavargna non divide solo il bar. «Siamo tutti sulla stessa barca. Quest’anno il titolo di paese più povero è andato a loro, ma prima era toccato a noi e ora siamo al secondo posto. E a Cavargna non possiamo contare troppo neppure sulle nuove famiglie. A Val Rezzo hanno tanti nuovi nati, noi negli ultimi anni ne abbiamo avuti solo un paio».

Trattoria, bar, albergo. Non manca nulla, a Val Rezzo. Ma dietro le insegne, le saracinesche sono chiuse. «Via via tutti i gestori hanno gettato la spugna — dice Ivan Puddu —. Era impossibile andare avanti. Resiste solo Corrado, con il negozietto di alimentari indispensabile per il paese». Ed è solo un ricordo anche l’eco dei giochi delle decine di bambini che popolavano ogni estate la grande colonia. L’edificio giallo svetta sulla montagna, all’uscita del paese. Impossibile non notarlo. «È di un privato, funzionava bene, ma poi sono diminuiti i bambini», conclude il sindaco. Riaprirà, magari, se le famiglie continueranno a tornare. E Val Rezzo, forse, si libererà dell’etichetta di paese più povero d’Italia.

Loris Gobbo

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